I problemi che da tempo stanno caratterizzando i tempi di permanenza dei pazienti nelle Recovery Room, in relazione agli interventi chirurgici e al personale dedicato, sono noti sia alla direzione del presidio sia alla direzione dell’Azienda. Più volte – dichiarano Gaetano Alessi e Marco Pasquini Responsabile Sanità e Segretario Generale della FP CGIL di Bologna – li abbiamo segnalati sollecitando risposte organizzative e soluzioni adeguate che però stentano ancora ad arrivare. Al di là di risposte informali, spesso evasive, siamo di fronte al nulla di fatto e a farne le spese sono gli operatori dei blocchi operatori e l’assistenza ai pazienti.
Le Recovery Room, o sale di risveglio, dotate di tecnologie di monitoraggio centralizzato dei parametri vitali e di ventilazione, consentono il risveglio protetto del paziente dopo l’intervento chirurgico.
Non sono reparti di Terapia intensiva e non sono reparti di degenza. Se come tali vengono considerati e il tempo di permanenza dei pazienti nelle Recovery Room va oltre a quello necessario per il post-operatorio, nascono problemi. Dopo le 20,00 nei posti letto delle Recovery Room non dovrebbero più esserci pazienti che, invece dovrebbero essere già nei reparti di destinazione. Così sempre più spesso non è, con gravi ripercussioni sull’organizzazione e sugli orari degli infermieri in servizio nei blocchi operatori che comunque si fanno carico di garantire cura e assistenza ai pazienti.
- Perché accade?
- Per ogni intervento programmato è già stabilito il posto letto nel reparto di destinazione dopo il post- operatorio?
- La programmazione degli interventi tiene conto delle dotazioni di personale necessarie sia per il post-operatorio sia nei reparti di destinazione dopo il post-operatorio?
- Per gli interventi in emergenza (da effettuare immediatamente) e in urgenza (da eseguire entro poche ore), è previsto un numero di posti letto da tenere disponibili?
Quel che è certo è che per gli operatori dei blocchi operatori la situazione è insostenibile, tanto da averci dato mandato – concludono Alessi e Pasquini – ad aprire lo stato di agitazione con conseguente blocco delle attività in tutte le modalità che riterremo opportune e che la norma ci consente.
Siamo consapevoli dei disagi per l’utenza, ma siamo altrettanto certi che senza operatori sanitari non esiste sanità pubblica ed universale e senza una corretta e adeguata organizzazione necessaria a garantire condizioni di lavoro sostenibili, saranno sempre di più gli operatori che decideranno di andare via.



